Sindrome da taglio a raso

Ehi voi!

Si, dico a voi che mi state leggendo!

Ho una cosa da dirvi:

io pratico il “dissenso”

ovvero il diritto di puntare il dito

su tutti coloro che operano con azioni maldestre

e manipolazioni disinvolte

nei confronti della Natura!

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(vegetazione in alveo)

Il popolo italiano è governato. In Italia siamo diretti (e comandati) da un governo che è costituito dal Presidente del Consiglio e dai Ministri (di tutti i colori politici possibili e immaginabili!). Anche le vacche e gli asini sono governati. Cosa significa? Che anche loro hanno un Presidente del Consiglio?! Direi proprio di no! Quando si “accudiscono” le vacche e gli asini significa che diamo loro da mangiare, li teniamo puliti, etc…, cioè ci occupiamo di loro. E il “governo” di un fiume/torrente in ambito cittadino cosa indica? “Dovrebbe” indicare che le piante e la flora dell’ecosistema fluviale vengono lasciate crescere e riprodurre e quando sono ritenute mature si “dovrebbe” procedere a periodica manutenzione mediante “sfrondatura” delle stesse. Invece, ogni anno, alla fine dell’estate, i nostri Amministratori, delegati alla sicurezza del territorio, vengono colpiti da una strana forma virale contagiosa: “la sindrome da taglio a rasodi tutti gli alberi a fusto radicati.

La conseguenza è che si passa da una superficie boscata ad una nuda e questo è brutto e pericoloso perché le sponde degli alvei diminuiscono la loro capacità di resistenza alle avversità atmosferiche ( acqua e vento con pericolo di dilavamento e frane) e ai parassiti (insetti, funghi etc.). 

 

Tosare un intero alveo come una pecora mi fa inorridire. Purtroppo chi ci governa non si cura minimamente delle conseguenze e dell’inutilità di tali azioni. Allora che si fa? Si accetta e basta? Niente affatto! Se la loro natura distruttiva è questa, in qualche modo si deve ricorrere ai ripari. Non è detto che tutta la copertura vegetale debba essere per forza tagliata a raso. Al contrario la si potrebbe dividere in tante parti e un anno si effettua la “sfrondatura” su una sponda, l’anno successivo sull’altra sponda e cosi via. In tal modo si hanno tagli con un impatto estetico e ambientale assai ridotto. Con questo articolo, è mia intenzione, cercare di “sfatare un mito” profondamente radicato nella cultura fluviale italiana, ovvero la soluzione classica delle “pulizie fluviali”, soluzioni estreme largamente praticate ma, incapaci di eliminare il rischio idraulico. Nei nostri torrenti, il taglio a raso della vegetazione riparia fa venir meno l’importante funzione di controllo dell’apporto in alveo di alberi travolti dalle immancabili frane di versante e quindi un’importante fattore di “sicurezza”. Il principale responsabile del rischio idraulico è piuttosto l’intervento dell’uomo. Credo che nulla abbia ispirato più follie dell’edificazione nelle aree inondabili, costruendo ponti con luci strette che si comportano da “strozzature idrauliche”. L’uomo con le sue scelte scellerate, è riuscito a trasformare in fattore di rischio quello che era un “fattore di sicurezza”. Interventi più lungimiranti, devono considerare l’eliminazione di strozzature artificiali, il sopralzo di ponti con luci insufficienti o il loro ridisegnamento con luce unica e dimensionata a “misura d’albero”. Gli interventi in alveo per la rimozione della vegetazione e la massimizzazione della sezione del deflusso, non dovrebbero discostarsi dal semplice taglio e sfalcio della vegetazione spondale e dell’asportazione dei detriti. Purtroppo gli effetti “devastanti” e le conseguenze ecologico-funzionali dello sgombero a raso della vegetazione sono davanti agli occhi di tutti:

> Eliminazione di rifugi per ittiofauna (protetti dall’ombreggiamento delle chiome e dalle radici sommerse) e riduzione di accrescimento per gli stadi giovanili;

> Riduzione di microhabitat per la fauna macrobentonica e della relativa capacità ittiogenica;

> Riduzione dell’apporto di sostanza organica vegetale (foglie) con effetti particolarmente gravi nei ruscelli e rii minori;

> Riscaldamento dell’acqua per mancato ombreggiamento e conseguente diminuzione dell’ossigeno disciolto, in particolare nei tratti a lento decorso e ridotta profondità;

> Perdita dell’azione “trappola” per tronchi derivanti dai versanti boscati suscettibili a frane;

> Complessiva riduzione della capacità autodepurante dei corpi idrici;

> Riduzione del valore naturalistico e paesaggistico;

> Perdita dei corridoi ecologici;

> Perdita della varietà di habitat in alveo fornita dall’intrico dei detriti legnosi in alveo;

> Perdita di buche, raschi, barre e delle condizioni idrodinamiche, la cui formazione è indotta dall’azione dei detriti legnosi sulla corrente;

> Riduzione di biodiversità e biomassa della comunità macrobentonica con pesanti ripercussioni sulla capacità portante, in particolare sulla biomassa di ittiofauna sostenibile;

> Accelerazione della corrivazione delle acque e conseguente incremento dei picchi di piena, anche nel caso di piene ordinarie;

>Interruzione dei processi ecomorfologici che portano alla creazione di “isole fluviali”, fondamentali per il mantenimento della “funzionalità fluviale” e della biodiversità;

> Perdita di habitat di transizione (zone di riposo per gli uccelli migratori);

Quanto esposto, dovrebbe rappresentare una buona occasione per i nostri Amministratori locali per “drizzare le antenne” e quindi affrontare il problema con interventi alternativi per mitigare gli impatti di una messa in sicurezza idraulica troppo invadente nei confronti degli habitat ripari. Nella sostanza, manca una reale verifica dell’effettiva necessità di rimozione della vegetazione che vada anche a considerare la presenza di strozzature idrauliche a valle del tratto deputato all’intervento di taglio e quindi di non effettuare interventi qualora emerga l’assenza di restrizione di sezione o sbarramenti creati da punti di accumulo consistenti, e di conseguenza non vi sia un reale incremento del rischio idraulico da parte della vegetazione. Trovo veramente assurda l’ostinazione nel praticare tagli a raso senza tenere conto del possibile aumento del rischio idraulico per mancata intercettazione da parte della vegetazione riparia di alberi e di detriti vegetali provenienti da frane di versante senza prima svolgere un’accurata perizia a scala di bacino che evidenzi la presenza di boschi o fasce riparie di pregio da lasciare indisturbate, lo stato di salute della vegetazione, l’età e la flessibilità, la presenza di fenomeni erosivi sulle sponde che potrebbero essere intensificati dal taglio a raso della vegetazione spondale. Gli interventi “da fare” laddove sia necessario procedere alla manutenzione della vegetazione, consistono nell’evitare il taglio a raso e procedere invece alla rimozione o potatura selettiva dei soli esemplari che possono costituire un effettivo pericolo, preservando, per quanto possibile, la continuità delle formazioni arbustive tenacemente radicate e flessibili al passaggio della piena (salici). E’ importante inoltre non accantonare i tronchi ma depezzarli, in modo che non rappresentino più un pericolo idraulico. I tronchetti cosi ottenuti e abbandonati in piccoli cumuli irregolari in pieno alveo, rappresentano habitat per la fauna acquatica.

Da ricordare: anche se eliminassimo tutta la vegetazione in alveo fino all’ultimo filo d’erba, non servirebbe a nulla perchè i tronchi morti e i detriti vegetali, provengono dalle inevitabili frane dei versanti boscati a monte dei torrenti in piena.

 Come si è visto, vi sono molteplici ragioni per poter affermare che il taglio a raso della vegetazione in alveo, non costituisce una soluzione ottimale per il raggiungimento della sicurezza idraulica, bensì la causa di danni devastanti per l’intero ecosistema acquatico e talvolta irreversibili.

Un doveroso ringraziamento all’Ing. Giancarlo Gusmaroli Direzione Tecnica CIRF (Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale) per il prezioso materiale fornito.

 

 Gianni Basso