Crollare a norma

Il crollo del ponte Morandi ha segnato profondamente Genova e l’Italia intera. La ferita è ancora aperta, sanguinante e difficilmente riuscirà a rimarginarsi completamente. Troppi i problemi, troppe le contraddizioni. In questo articolo l’amico Gianni Basso ci propone la sua visione dei fatti, con uno sguardo profondo e diretto; buona lettura con l’auspicio che certe cose non accadano mai più…

 

I ponti Romani costruiti oltre 2mila anni fa – con gli ovvi restauri – nonostante terremoti, alluvioni e varie calamità – come tutti sanno – grazie a una tecnica costruttiva che non prevedeva l’impiego né di ferro, né di cemento armato né tantomeno di codici normativi, concessioni, permessi edilizi, e messe a norma, sono ancora saldamente in piedi. I ponti moderni invece crollano sotto l’acqua battente, che non scalfisce quelli Romani. Ad ogni crollo si indagano amministratori e tecnici comunali e provinciali per cooperazione colposa nel crollo di costruzioni e delitto colposo di danno. Come sempre non mancano accertamenti se le strutture erano state costruite secondo le prescrizioni e l’irreparabile è accaduto per fatalità, oppure se le prescrizioni non sono state eseguite. A Genova, chi ha costruito il ponte Morandi poteva farlo, e chi ci ha asfaltato sopra anche. I tecnici hanno osservato le leggi. Il disastro è avvenuto nel pieno rispetto delle norme. I Romani hanno seguito solo le tecniche e il buonsenso e dopo millenni, i ponti e le strade, rappresentano ancora un gioiello di ingegneria. C’è qualcosa che non quadra: o nelle norme dei nostri tempi o nei neuroni di chi le ha scritte. Così, mentre i Romani costruivano opere seguendo le migliori tecniche per avere la massima durata, noi ci limitiamo a rispettare la norma (criterio incentrato sulla responsabilità), così nessuno potrà giudicare negativamente l’operato. E per “noi” contemporanei, quanto deve durare un ponte per essere “a norma”? Cinquant’anni se di dimensioni contenute o di importanza normale, 100 se di grandi dimensioni o di importanza strategica (c.f.r. D.M. 14/01/2008). La paura di essere giudicati responsabili di errore supera il desiderio di emozionare con opere innovative basate sull’ingegno piuttosto che sull’osservanza di regole scritte. Questo è un sistema perverso di norme giuridiche che non si limitano a porre divieti ma ci dicono anche come comportarci per poter dire di essere “a posto” o meglio a norma. Vogliamo norme dappertutto, intese come comandi, comprimendo in questo modo il nostro spazio di discrezionalità, fino a obbligarci ad una sola azione possibile: quella prevista dal legislatore. Ma le norme non ci mettono al sicuro. Il crollo del ponte Morandi ha decretato la fine del miracolo del nord, presentandogli il conto di decenni di ininterrotta cementificazione. Il cemento è diventato la nostra condizione geografica, la descrizione letteraria di un crollo già in atto che assomiglia a uno sciogliersi più che a uno schianto. È uno sconquasso di crolli, il fallimento dell’illusione dell’efficienza. Ma dietro l’efficienza, c’è solo la morte. E in tutto il nostro Paese, il paesaggio è devastato da milioni di rotonde, villette e centri commerciali. La Terra indurita dal cemento si rammollisce e si sfalda sotto la pioggia battente, consegnandoci il presagio di frane, crolli e alluvioni imminenti. E mentre in Italia il suolo libero viene cementificato al ritmo di 15 ettari al giorno e 2 metri quadrati al secondo (dati ISPRA 2018) i ponti crollano, massacrando chi c’era sopra e chi c’era sotto, portando via decine di vite. E non mancano i paradossi: non riusciamo a fare la manutenzione delle strade e autostrade ma continuiamo a costruirne di nuove. L’aumento di traffico negli ultimi 30 anni è stato esponenziale, logorando ponti, strade e autostrade. Contemporaneamente non sono mancate nuove colate di cemento che coprivano altro suolo fertile. Il cemento è diventato il simbolo dell’arroganza umana nei confronti della Natura, un sopruso ai danni dei più deboli in nome del progresso e dello sviluppo motorizzato del Paese. A differenza però di quello che vogliono farci credere, le nuove strade non alleggeriscono il traffico esistente, ma di fatto attirano nuove auto e tir; la colpa è dello Stato, che non vuole scardinare un sistema di trasporti mostruosamente intrappolato. L’Italia è il Paese con la più elevata quantità di auto pro capite e di movimenti motorizzati pro capite. Anche le merci viaggiano per lo più su gomma (i micidiali tir) e pochissimo su ferro. Un sistema micidiale, che provoca morti e feriti in incidenti stradali e uccide anche per inquinamento dell’aria. Questo stillicidio non basta: non ci si ferma per invertire la rotta. Anche dopo il crollo del ponte Morandi il governo chiede un nuovo ponte e una nuova strada/autostrada (la Gronda) e di conseguenza nuovo cemento. Davanti all’ennesima tragedia non si riesce a comprendere che le opere utili, da fare, sarebbero quelle di tutelare il suolo, fare manutenzione delle opere già esistenti e ripristinare le ferrovie dismesse, causa dell’invasione e del predominio dei tir. Il cemento deturpa le città, i paesaggi, distrugge la bellezza e la qualità della nostra vita. Una catastrofe, una maledizione gestita da un insieme di norme. Sembra terribile ma è cosi, e questa tendenza passa inosservata, offuscata dalla crisi e dai mille problemi. Questa è una visione e una gestione del territorio fallimentare che da anni sta predominando nella nostra società e continua a premiare, per poi contestare, una classe dirigente che ne è la diretta conseguenza. Purtroppo, il ragionamento più diffuso nella nostra classe dirigente è che se il ponte crolla, la strada crolla, gli argini crollano e le città si allagano ma ho rispettato le norme e le procedure codificate, non mi accadrà nulla. Allora, visto che è questa la tendenza, andiamo fino in fondo e facciamo risolvere al legislatore i problemi dei crolli italiani. Basta un decreto legge che stabilisca: è fatto divieto di crollare a qualsiasi ponte, salvo il rispetto delle norme di settore. Ma poi, il legislatore, sarà a norma? Boh!

    Gianni Basso