La rabbia del mare

L’amico Gianni Basso ci propone una profonda riflessione sulla “rabbia del mare” che ha investito le coste liguri, buona lettura!

Foto della passeggiata a mare di Rapallo scattate l’indomani della mareggiata; i motoscafi sono stati scaraventati direttamente sulla passeggiata. Un ringraziamento all’autore delle foto, Federico Scaramuzza.

 

Il 29 ottobre 2018 la natura ha alzato la sua voce ingaggiando una lotta contro il progresso spinto che pensa solo a sé stesso e non guarda in faccia il mondo. L’uomo è stato costretto a fermarsi dinanzi alla forza dirompente delle onde del mare. Già, il mare, il “nostro” mare ci ha fatto apparire in tutta la sua crudezza un altro fallimento umano, quello della mancata tutela delle nostre coste e dei nostri litorali. Le foto pubblicate non vogliono mostrarvi solo i danni che può provocare una violenta mareggiata con la sua furia e la sua potenza, vogliono anche rappresentare uno “stimolo” alla riflessione sui danni che “noi uomini” arrechiamo alla natura di questo nostro paese, cercando di adattare essa a noi, deturpandola con sempre più violenza.

Mi chiedo: se avessimo lasciato le nostre coste, le nostre spiagge, le nostre scogliere come la natura ce le ha donate, invece di torturarle con la scusa di renderle più belle, più fruibili, ora ci troveremmo a guardare queste immagini?

Mi chiedo: non c’erano altre soluzioni oltre il cemento e l’asfalto, che hanno rubato ogni centimetro quadrato disponibile, per rendere i nostri litorali più accessibili e più idonei alle esigenze di un turismo che dovrebbe essere il volano della nostra crescita?

Mi chiedo: a cosa servono i parchi marini se non riescono a tutelarci da questo?

Mi chiedo: a cosa servono le associazioni ambientaliste, le sovrintendenze, le opposizioni e ogni strumento a tutela del paesaggio, se non si è riusciti a evitare tutto questo?

Mi chiedo: cosa pensavano coloro che hanno ideato e progettato spianate di cemento sulle nostre coste per allargare le passeggiate a mare, sottraendo spazio alle spiagge?

Mi chiedo: dove sono i cittadini, dove guardano, quando gli altri decidono cosa fare e su come cambiare le nostre aree marine?

Mi chiedo: servirà ciò che è accaduto a renderci consapevoli di quando sia il momento di dire basta e lasciare che i nostri litorali siano liberi di mostrarsi senza “ritocchi”, cosi come madre natura li ha fatti? Non possiamo pretendere tutto da un mare che ci ha dato tutto. Non possiamo pretendere tutto da una natura che ci ha dato tutto e di più e che non sappiamo valorizzare e amare. Che senso ha su una carta fare parchi marini, naturali, aree SIC (sito di interesse comunitario), aree protette, quando poi diventa tutto un bluff? Ma come si possono autorizzare centinaia di metri cubi di cemento per fare passeggiate a mare, lì proprio sulle coste, in barba ai vari vincoli esistenti e poi urlare al disastro quando il mare e la natura ci lasciano coi piedi a mollo? Mare e natura non c’entrano nulla. Forse dovrebbero essere i nostri amministratori del territorio a dare le risposte a questi scempi. La saggezza purtroppo non sembra essere presente a tutte le ore dentro le loro teste. Perché dico questo? Presto detto: in dieci anni sono spariti quasi due milioni di metri quadrati di spiagge. La spiegazione del fenomeno può essere riassunta in poche parole: se il mare avanza e sulla costa non c’è nulla, la spiaggia arretra. Se il mare avanza ed incontra ostacoli, la spiaggia sparisce rapidamente perché le onde, impattando su una struttura rigida, scalzano i fondali e portano via la sabbia.

 

Una domanda sorge quindi spontanea: che cosa si può fare per salvaguardare le nostre spiagge?

 

La soluzione migliore potrebbe essere quella di abbattere le strutture che ne impediscono la rigenerazione ovvero che interrompono il naturale apporto di solidi garantito dalla funzionalità fluviale dei torrenti che sfociano a mare. I torrenti funzionano come “nastri trasportatori” che hanno il compito di trasportare i sedimenti che vengono depositati sugli arenili. Oggi, i nostri torrenti non sono più in grado di svolgere la loro naturale funzione a causa delle derivazioni a vario scopo (irrigazione, produzione di energia elettrica), escavazioni in alveo e delle cementificazioni, sempre degli alvei. A tutto ciò si aggiungono le opere di snaturamento del mare: porticcioli turistici, spesso autorizzati senza una serie di valutazione dell’impatto che essi avranno sulle coste. Le spiagge spariscono e le cure adottate non consistono nell’eliminazione delle cause, bensì in palliativi, come ad esempio i ripascimenti annuali di sabbia e ghiaia od interventi che sono il peggio del peggio tipo i pennelli che aggravano l’erosione. In compenso continua la cementificazione. Ecco come va il mondo! Purtroppo, finché i politici non comprenderanno che a livello di cultura e di sensibilità dovrebbero essere più dotati dei gestori delle spiagge, continueranno a ripetersi questi comportamenti illogici. Questo, purtroppo, è un vecchio film, visto troppe volte, dove speculazioni, negligenza ed interessi dei privati la fanno da padrona e le priorità dei governi che si susseguono sembrano altre, come l’approvazione del decreto sicurezza che a mio avviso potrebbe tradursi in una dichiarazione di guerra ai poveri di questo paese.

 

Il mio appello: il mondo della pesca sportiva non può tirarsi indietro. Dobbiamo prendere la parola e raccontare quella verità che molti vorrebbero nascondere: non c’è alcun cambiamento, non c’è alcun rispetto per il mare, per i fiumi, per i territori e per chi li vive, non c’è alcuna garanzia per il futuro di tutti e tutte. Noi siamo convinti della necessità di proseguire questo percorso di “sensibilizzazione”, con la speranza di risvegliare i sensi di chi ha a cuore il futuro dei nostri territori, per chiedere a gran voce che vengano interrotte opere inutili e dannose. Voglio ricordare, casomai ce ne fosse ancora bisogno, che non esistono “governi amici” quando si tratta di tutelare l’ambiente naturale e che la difesa del futuro è anche nelle nostre mani.

 

Gianni Basso