Un Natale da ricordare

Per festeggiare il secondo Natale di Bionaturefishing.com, l’amico Gianni Basso, in collaborazione con sua figlia Valentina, ci propone una bella storia di pesca e una profonda riflessione sui temi ambientali a noi molto cari che purtroppo ancora non stanno trovando le giuste soluzioni.

Buona lettura e, Buon Natale e Felice Anno Nuovo!


Storie di pesca a mosca

Natale 1975. Sono passati diversi anni eppure ho l’impressione che sia passato un solo giorno, a tal punto che un brivido percorre il mio corpo e la mia mente, all’improvviso, mi riporta a quel freddo pomeriggio trascorso a pescare con la mia tecnica preferita: la ninfa pesante.

Ricordo perfettamente: era il giorno di Natale ed un vento gelido la faceva da padrone, che per l’appunto, è il nemico numero due della pesca a mosca per non dimenticare le acque torbide che da sempre sono l’avverso principale. Oggi forse, nelle stesse condizioni meteorologiche, rimetterei la canna nel fodero. Ma a quel tempo, mai e poi mai avrei pensato di rinunciare ad ogni uscita disponibile, anche se in pieno inverno. Sorge dunque chiedersi subito per quale motivazione e la risposta non può che essere frutto di una semplice parola: “passione”. Ebbene si, una passione sfrenata per la pesca a mosca che mi portava a girovagare dappertutto, anche se talvolta sapevo ben poco sugli itinerari, sulla cattura invernale e l’unico sistema per sperare in qualche possibilità di riuscita era proprio quello di scoprire da solo il torrente. Naturalmente io parlo di pesca invernale ai ciprinidi, ai cavedani in particolare, nonché una pesca dove solo alcuni “bravi” riescono a catturare con le esche artificiali, vista la proverbiale diffidenza dell’astuto pinnuto. Certo è che a quell’epoca non avevo l’esperienza di oggi, ma è risaputo che la fortuna aiuta gli audaci! E fu così, spinto da quel forte entusiasmo che infilai gli stivali, agganciai bene la giacca e tirai giù il mio passamontagna, per poi avviarmi verso il luogo di pesca.

Ed eccomi lì, su quel torrente. Sotto di me il vecchio mulino, a quel tempo ancora funzionante ed oggi, purtroppo, ridotto quasi a un rudere con il tetto cadente. Ricordo perfettamente quanto fui subito attirato da quella buca sotto il mulino. Se da un lato il freddo mi ruppe dall’altro ero certo che bloccò gli altri pescatori e il pensiero, non nascondo, non mi dispiacque affatto. Difatti, come immaginai, non vi era alcuna traccia di impronta umana sulla stradina che scendeva verso la buca. Iniziai quindi, soddisfatto, a preparare la mia canna in fibra di vetro da 9 piedi che mi regalò con affetto il mio caro papà. Certo: “non sarà un pezzo eccezionale, non sarà un granché bella, ma come lancia bene nelle buche le mie ninfe pesanti questa canna, lo so io!”, pensai con euforia. Mulinello ok: un modello giapponese, abbastanza leggero e robusto, la coda di tipo galleggiante del 6 e poi le mie ninfe in pelo di lepre, barbe di coda di fagiano o di pavone, probabilmente un po’ bruttine, ma efficaci e veloci quanto basta per raggiungere il fondo del torrente. Dunque sono pronto per avvicinarmi alla profonda buca: l’acqua limpida e freddissima, i livelli ottimali, la luce è buona e il sole sembra avere acceso tutte le lampadine disponibili. Ho il naso ghiacciato, le mani gelate e impreco un po’, ma non sarà certo quel vento gelido a destabilizzarmi al punto da farmi spazzare via le speranze di cattura.

Ci siamo: la mia ninfa pesante in punta ed una piccola e leggera imitazione di larva di portasassi fissata sul bracciolo entrano in pesca. Ho sentito un tocco, questo significa che ho ferrato il primo pesce. La canna si piega, immagino nell’immediato un bel cavedano, magari da Kg: un bel colpo per un pescatore a ninfa non proprio esperto, ma fiducioso nei propri mezzi! La lenza tira verso la corrente e per un attimo ho l’impressione di perdere contatto e di aver perso il pesce, ma non fu così: il pesce tornò indietro, verso di me e dopo, all’improvviso, nuovamente verso la corrente, per poi giungere alla decisione finale di tirare il pesce verso la riva. Fui subito meravigliato quando vidi che avevo agganciato una bella trota fario che superava i 40 cm, che ovviamente mi occupai subito di rilasciarla, considerato il divieto di trattenere salmonidi. In seguito, visto il primo successo ottenuto, intrapresi un altro lancio, un’altra toccata e fuga benché capii che quella non poteva essere l’unica fario della buca e quindi continuai a ritentare, ma accadde che la mia convinzione mi portò a perdere, con grande rammarico, due belle ninfe sul fondo della buca. Nonostante le mani gelide e dure come il marmo, non mi diedi per vinto e quindi ritentai la fortuna legando una nuova ninfa, la migliore all’interno della mia scatoletta.

Un lancio, una passata, un richiamo della ninfa con la punta della canna, ancora un lancio e poi un altro colpo netto. L’abboccata è decisa, la canna si piega nuovamente e la voglia di recuperare il pesce è troppo forte. Questa volta sicuro tiro la lenza, ancora una lotta, questa volta più serrata. Il pesce cerca la corrente, salta e poi riaffonda improvvisamente. Colpi tremendi verso il fondo ma alla fine cede e con sorpresa mi accorgo di aver catturato per la seconda volta una fario meravigliosa, quasi identica alla prima: un bel colpo di fortuna o un colpo da maestro? L’avventura continua: risalgo il torrente, esplorando con la ninfa tane e anfratti, catturando qualche discreto cavedano e due barbi di buona taglia. E fu in quell’istante che compresi che quello, considerata la giornata di grazia, sarebbe sicuramente stato un Natale da ricordare!

Quel pomeriggio sul torrente passò troppo velocemente… Il vento calò di un poco ed il sole stava tramontando. Oramai il freddo era troppo intenso per proseguire: giunse l’ora di andare via. Pertanto, risalgo la stradina e prima del mio ritorno a casa mi aspetta una bella scarpinata al buio.

Dopo meno di un’ora arrivo al paese dove i miei genitori mi stavano aspettando con ansia ed io raccontai subito a mio padre, grande appassionato di pesca a cucchiaino (spinning), l’avventura trascorsa. Ricordo ancora con esattezza le parole: “sai papà, laggiù al lago del mulino ho catturato due fario meravigliose e ho trascorso il pomeriggio in compagnia dei pesci con i puntini rossi…”

Un commento finale

Natale 2018.

Questo racconto, scritto una ventina d’anni fa, ho voluto riportarlo alla luce affinché non venga perduto quello che io definisco “patrimonio dei ricordi” di tutte quelle persone che come me, hanno vissuto gli ultimi scampoli di questa vita autentica. Una vita fatta di cose semplici, vissuta intensamente all’interno di un mondo naturale ancora intatto ed io forse, sarò uno degli ultimi pescatori a raccontare di “come eravamo” benché anche la pesca a mosca era vissuta in modo semplice, esattamente come la nostra quotidianità: attrezzatura essenziale, scarsa tecnica e limitate conoscenze entomologiche, ma nonostante ciò i pesci li catturavamo, eccome! Una delle motivazioni più valide sta nel fatto che di pesci ve ne erano tanti e soprattutto erano liberi di nuotare e di riprodursi in un ecosistema incontaminato. Oggi, malauguratamente, non è più così. Difatti del vecchio mulino non resta neanche un sasso in quanto l’uomo moderno ha provveduto a cancellare ogni traccia del nostro trascorso, ma soprattutto, altro fattore importante è che mancano gli abitanti del torrente, ossia i pesci.

Quanto accade è che le ultime popolazioni “relitte” vengono quotidianamente predate dai cormorani, nel totale silenzio degli organi gestionali. Manca quell’acqua che un tempo significava “la vita” e il torrente è ridotto a un corridoio sterile. In tale contesto, cos’ha provveduto a fare il mondo della pesca a mosca per evitare tutto questo? Confusione e divisione!

I delegati si sono occupati di tramandare e diffondere l’evoluzione tecnica di questa disciplina di pesca, affrontando il loro impegno con metodi validissimi, ma con una mentalità che forse dovrebbe essere un po’ più umile. Salire su un piedistallo dal quale puntare il dito verso gli altri pescatori con esche naturali, ritenendo di essere depositari della nobile arte ed unici praticanti di una pesca veramente sportiva, sta creando, a mio avviso, una sorta di rigetto nei confronti del pescatore a mosca da parte di chi non ha mai praticato questa attività o peggio ancora, dagli stessi praticanti. Quei pochi giovani che si avvicinano a questa tecnica, pensano di sapere tutto, ancora prima di avere cominciato e questo è deleterio poiché ritengo che l’ego sia il più grande nemico della pesca a mosca. Ma vi è anche una seconda ragione che impedisce il “ricambio generazionale”: i giovani temono i giudizi da parte dei “maestri” dovendo ammettere davanti a loro le proprie lacune, trovandolo imbarazzante e non, come si dovrebbe, un incentivo in più per crescere e migliorare. Non per niente ritengo che non si possa evitare il paragone con i propri errori benché risulta essere la base dell’evoluzione. Ed è per questo che nutro grande rispetto per coloro che si alzano in piedi e chiedono aiuto. Prendo altresì atto del fatto che il mondo sia cambiato, e non di poco, e che certi pescatori vivano la passione come un voler arrivare a tutti i costi, tralasciando il come e considerando esclusivamente l’arrivo. Ma così facendo si finisce per trascurare quello che è davvero lo spirito giusto per vivere la pesca. Probabilmente la penso in questo modo in quanto la ricerca di essere per forza migliore di altri non appartiene al mio mondo benché la pesca a mosca, per il sottoscritto, non rappresenta “competizione”, ma tutt’altro, come la ricerca di un’emozione nel catturare e poi rilasciare un pesce unico e meraviglioso. Non ritengo che catturare un esemplare da record porti ad essere dei maestri. Ricordiamoci che i veri maestri sono coloro che con umiltà e dedizione trasmettono il vero insegnamento nell’affrontare e praticare una passione. Portare le proprie esperienze di pesca e i propri racconti senza voler per forza dimostrare di essere migliore di altri, questo per me è un requisito essenziale per poter essere considerati pescatori (e persone) con la testa sulle spalle e degne di rispetto. Ma la realtà è ben diversa: ormai per nulla sorpreso sono a conoscenza di pescatori che si insultano per una trota catturata in un posto piuttosto che in un altro ed altri che perdono tempo della loro vita a guardare quello che fanno gli altri per poi giudicare al primo errore. Questo non è vivere la pesca! Questo lo intendo come il voler trovare un appiglio per litigare su una passione che dovrebbe invece accomunarci tutti.

Ci stanno deturpando le acque, ci stanno portando via quello che di più caro abbiamo nei fiumi e nei torrenti e noi cosa facciamo? Perdiamo tempo a commentare foto e magari insultare un ragazzino che pesca con esche naturali piuttosto che con esche artificiali. La pesca a mosca ha bisogno di unione per combattere le battaglie, non di disgregazione! Le battaglie si vincono con gli alleati che magari hanno anche pensieri opposti, ma che vogliono portare a termine un’unica finalità, che per la pesca a mosca s’intende la salvaguardia dell’ambiente. Pertanto, impariamo a mettere da parte la confusione e la divisione e al contrario, tentiamo una concretezza vivendo la pesca!

Con i migliori auguri di Buon Natale e felice Anno Nuovo

Gianni Basso