La frana

Metafora di un paese che crolla

Con questo scritto, vorrei riportare alla luce i tanti difetti di questo paese: l’abitudine a parlare e fare polemica senza conoscere il territorio e le sue realtà è un costume nazionale. Dai politici agli imprenditori fino all’uomo della strada, siamo un popolo di commissari tecnici, tutti pensano di avere sempre la soluzione perfetta. Quello che mi inquieta è vedere l’approccio con cui si muovono coloro che dovrebbero gestirlo e governarlo questo nostro territorio: ci sono sindaci che, invece di fornire dati, ti vogliono spiegare questioni giuridiche e sacerdoti che, dopo aver contribuito a sollevare l’attenzione sul problema ambientale, vengono tirati per l’abito talare e portati su posizioni più miti e consenzienti in favore del partito del cemento con le quali finisci inesorabilmente per scontrarti. Che in Italia l’ambiente non sta a cuore quasi a nessuno è un problema che non si può mettere in dubbio. E soprattutto non sta a cuore al mondo politico impegnarsi in scelte che produrranno effetti positivi in tempi non rapidissimi. Ridurre il consumo di suolo, combattere fenomeni franosi, incentivare la manutenzione boschiva mediante pianificazione di tagli e rimboschimenti programmati, ripristinare il sistema di drenaggio o canalizzazione delle acque piovane, l’adozione di misure antisismiche, sono tutte operazioni che richiedono molti investimenti e tempi lunghi di attuazione. Ai nostri politici, però, interessano “i tempi elettorali”. Pensano alle cose da fare in funzione della propria campagna elettorale, senza una visione del futuro. Un atteggiamento che ha prodotto una profonda diffidenza verso il mondo politico e le istituzioni, creando una profonda sfiducia in tutti coloro che invece sta a cuore l’ambiente naturale. Sfiducia che emerge da un dato concreto: i problemi veri non vengono affrontati. Sappiamo tutti della fragilità geomorfologica del nostro territorio, della scarsità/vulnerabilità delle risorse naturali, della naturale pericolosità climatica, ma a maggior ragione la nostra società dovrebbe essere molto più attenta nell’utilizzo del territorio, cosa che invece non avviene. Non solo i precedenti danni da frane e alluvioni, ma anche di quelli più recenti, sono dipesi dalla “sottovalutazione” dei naturali processi geologici, idrologici e climatici, dall’aver considerato il territorio come un supporto inerte e non soggetto a delicati equilibri geodinamici. Di chi è la colpa? In questi ultimi tempi si parla molto di “abusivismo”. Affermazione fuorviante! La stragrande maggioranza delle costruzioni in Italia è “regolare” fin dall’origine. Lo è per regolare concessione o autorizzazione edilizia, per la maggior parte; per i ripetuti condoni edilizi un’altra parte minore. Pertanto, di abusivismo si ha ben poco. Sono i comuni con la loro politica sconsiderata a permettere costruzioni in luoghi di pericolo o che potranno diventare pericolose con le nuove costruzioni. E qui emerge un triste dato di fatto: troppo spesso i comuni affidano la politica urbanistica a personaggi con scarsa conoscenza del territorio che decidono dove mettere case e capannoni o aprire nuove strade che diventano a loro volta nuovi fattori di rischio. Questo è un sistema assurdo, pura follia! Da sempre il nostro territorio si muove, specie nelle nostre vallate interne e le case che sono state costruite in questi luoghi “non adatti”, dobbiamo chiederci se vale la pena conservarle a tutti i costi, costruendo opere innaturali, aggiungendo cemento su cemento? E dobbiamo chiederci se mantenere lì le persone sia cosa utile e sicura!? La natura non fa sconti e ciò che riceve restituisce. Un territorio tutelato restituisce una sicura protezione idrogeologica. Un territorio violentato produce altra violenza poiché l’uomo ha sottratto alla natura gli strumenti per proteggere sé stesso. C’è totale indifferenza verso il paesaggio e le sue regole: l’agricoltura è abbandonata, i boschi non vengono curati, le colline vengono tagliate e le montagne perforate senza curarsi delle vene idriche, i torrenti scavati e raddrizzati e si continua a costruire dissennatamente nei posti sbagliati. Poi arrivano le frane e le alluvioni e si piange…

La natura non colpisce alla cieca, sceglie i propri bersagli e ne risparmia altri. Se le case crollano, le strade crollano, i ponti crollano è perché sono stati costruiti male. Continuare però a dare la colpa ai materiali da costruzione: calcestruzzo composto da un miscuglio di sabbia, pietrisco e cemento dosati male è da “imbecilli”!

 

Ultimo evento franoso del 11-10-2018 nella zona di S. Carlo di Cese, sopra Pegli. Foto di Walter Frau

Come sempre, non possiamo darci risposte senza prima imparare a porci domande?

Com’è possibile rilasciare concessioni edilizie senza aver fatto uno studio accurato delle alterazioni e dei movimenti del sottosuolo? Negli ultimi anni, in Italia, si sono verificati eventi franosi che hanno devastato il nostro territorio: vi ricordate il dissennato progetto degli anni 70 inizio 80 di accorciare le distanze tra i comuni delle valli interne da parte di alcuni sindaci che hanno provveduto ad aprire nuove strade nei valichi appenninici/montani? Molte di quelle strade sono state percorribili solo per pochi mesi, ma in compenso sono ben noti i vasti fronti franosi tuttora in movimento. Ora mi chiedo? Quanta gente è finita in galera per questo? Quanti tecnici sono stati messi sotto inchiesta per questo? Sono mai stati accertati i responsabili? Nelle politiche ambientali del territorio hanno sbagliato tutti, e non da venti o trent’anni, ma fin dagli inizi degli anni cinquanta: sindaci che per assicurarsi la rielezione, hanno concesso licenze edilizie in zone pericolose, tecnici compiacenti (se esprimo parere negativo alla concessione edilizia perdo il posto di lavoro), lo Stato che ha permesso a una massa di amministratori mediocri e spesso privi di conoscenze ambientali, la politica del territorio, preoccupandosi di concedere condoni e le Regioni/Province che si sono piegate al partito più potente: quello del cemento. Frane e voragini sembrano la “metafora” minacciosa di un paese che sta crollando a livello politico, economico e… non solo: ora ho l’impressione che l’anello debole siano anche i cittadini, distratti e convinti che ad ogni problema ambientale (e non solo) che affligge il nostro paese debba essere qualcuno di superiore a loro a trovare la soluzione. E questo succede perché moltissime persone non mettono l’ambiente tra le loro priorità, e non valutano le conseguenze di politiche territoriali “imbecilli e pericolose”. Sono indifferenti e pigre, e diventano aggressive quando qualcuno fa loro notare questi che sembrano dettagli, ma che in realtà sono sintomi gravissimi dell’incapacità e della mancanza di volontà degli individui a cambiare per un paese più sicuro. Non si tratta di essere ecologisti duri e puri, ma un minimo furbi (e consapevoli): la vera casa di tutti e che condividiamo, non è quella di cui paghiamo l’IMU, ma è il territorio che abitiamo, la terra che calpestiamo. Fa un po’ impressione, ribrezzo e pena, pensare che di questa casa in fondo non ce ne freghi nulla. E che non ce ne freghi nulla del futuro lo dimostriamo ogni volta che dobbiamo votare: non ci interessa se il programma di qualche raro politico virtuoso, alla voce “ambiente” è corposo, interessante, fattibile? Scusate pertanto se insisto e se rischio di sembrare anche irruento. Chi mi conosce davvero sa da quanto tempo ho nel cuore e quanto approfondisco i temi ambientali. Parlare del nostro territorio, significa preoccuparsi per la sua tutela, significa preoccuparsi per noi, per il nostro futuro. È arrivato il momento di dire basta a questo modello di sviluppo perverso, fondato sul consumo inesorabile del territorio e di tutte le risorse materiali e naturali che ci hanno fatto vivere oltre le nostre possibilità, senza armonia con il nostro paesaggio, portatore di valori inestimabili e di una cultura propria che deve essere conservata e tramandata. Tollerare l’assurda visione secondo cui la natura può essere dominata e assecondata agli avidi istinti dell’uomo è nuovamente da “imbecilli”. A mio avviso, la situazione è così grave che, per fermare il dissesto idrogeologico e di conseguenza anche il dissesto sociale, occorrerebbe una rinascita morale e istituzionale e una tregua politica per varare misure drastiche condivise come una legge che si occupi seriamente della manutenzione del territorio.

Andiamo nel concreto: Il problema principale? L’abbandono di molte zone di collina e di montagna, e sembra un paradosso nel paese delle coltivazioni della vite, dell’ulivo, del castagno e via discorrendo. La verità è che si coltivano solamente zone di pianura dove è possibile operare con i moderni mezzi agricoli, ma guardate le sommità delle colline, dove il territorio è più fragile. Sono abbandonate. E sono abbandonate anche le case dei nostri avi, di quei contadini che le hanno abitate per diversi decenni. Case vecchie di pietra e travi di legno e tetti di ardesia, con cantine profonde e fresche in estate, stalle abbandonate. Le vie selciate dove un tempo si udivano strilli di bimbi, dove crebbero forti i nostri padri. Ora è tutto silenzioso, tutto scomparso. Ma anche il silenzio ha la sua voce: lì c’è il bosco incolto che per la stabilità del territorio è una pericolosa minaccia. E la mancanza di cura di un terreno è sempre la minaccia principale.  Quelle case ricoperte di edera infestante ci raccontano una storia di vita contadina durata molti decenni. Ci raccontano delle falci della nostra gente che provvedeva al taglio del fieno. Ci raccontano di prati di un verde intenso, morbido e lucente come il più bel tappeto. Ora sono abbandonati, al punto che si può dire che non esistono più. Ricoperti da una vegetazione selvaggia, invasiva, con rovi e sterpaglie sempre più fitti. E poi vi erano i campi coltivati. Cosa ne può sapere un politico di oggi di quello che erano i nostri campi intorno ai nostri vecchi paesi? Nulla. Di questi campi si potrebbe dire che si è persa la memoria. E cosa ne sa un ragazzo di oggi di come si usava la falce, come si potava una pianta da frutto?

Poi è arrivato il progresso: vi era bisogno di manodopera per produrre “ricchezza” nel nostro paese. Manodopera sottratta al mondo contadino. Già, il progresso, parola che a me mette i brividi! Nell’indifferenza generale il mondo contadino è scomparso, trasferito nelle grandi città, a lavorare in quelle fabbriche che ci hanno dato l’illusione di raggiungere un certo benessere. La forza del denaro è tremenda! Non bastava la nostra trascuratezza, la nostra incuria. Anche l’illusione dei soldi e quindi di una vita più agiata, hanno contribuito a uccidere il nostro ambiente e a rattristare le nostre anime.

Forse era meglio che anch’io nascessi senza tutto questo amore per la “mia terra”, per la nostra storia, per le nostre radici.

Perché tanto qualcuno, leggendo le mie parole, il mio pensiero, potrà dire che soffro di nostalgie sterili e incomprensibili.

Che di queste vecchie case non se ne fa più niente nessuno.

Che il mondo è cambiato e che è giusto che i prati e i campi siano abbandonati.

Che vale rispondere che i centri storici e le vecchie case si potevano salvare.

Che vale rispondere che in tempi di crisi economica e industriale e conseguente perdita di posti di lavoro, il nuovo motto dovrebbe essere quello di “creare posti di lavoro per l’ambiente”.

Non lontano da noi tanti lo hanno fatto. In Austria, in Slovenia e in Svizzera, i boschi e i prati ancora brillano nella luce del sole tanto sono curati e ancora lavorati.

Noi, invece, abbiamo scelto la rovina e la distruzione.

Nessuno, ma proprio nessuno, ha cura del nostro territorio e le mie parole, forse, lasciano il tempo che trovano.

Gianni Basso