L’albero dell’indifferenza

Natale 2019; un altro anno è passato in altalenante sintonia con frane, crolli e alluvioni connesse al dissesto idrogeologico delle nostre valli. I problemi del nostro territorio erano noti da decenni: versavano in uno stato di incuria e degrado che molti esperti avevano definito “preoccupante e pericoloso”. In questi ultimi anni, il nostro paese ha subito molti interventi di messa in sicurezza ma sempre e comunque “interventi parziali”. Una sorta di “rattoppo” per sanare le singole parti, mai il suo insieme. Una goccia nell’oceano per un territorio abbandonato, consumato dal tempo, dall’inquinamento, con i versanti che si sgretolano, strade, abitazioni e ponti pericolanti in più punti, muri di difesa danneggiati ecc.

Abbandonato…

… Nonostante un patrimonio monumentale storico…

… Nonostante i milioni di visitatori ogni anno…

… Nonostante il notevole indotto economico e di immagine che ruota intorno al turismo…

… Nonostante avesse bisogno di interventi urgenti per prevenire il dissesto idrogeologico.

Insomma, fino al giorno prima che il ponte Morandi cadesse a pezzi, non c’erano fondi per il restauro e per la messa in sicurezza, e l’unico approccio conservativo previsto era quello delle dita incrociate e “speriamo che non succeda niente”. Il giorno dopo il disastro, invece è cambiato tutto. Fino a un attimo prima il nostro paese cadeva a pezzi e non c’erano fondi per il restauro e la messa in sicurezza, un attimo dopo invece scatta l’indignazione generale. I personaggi che prima si giravano dall’altra parte facendo spallucce, erano pronti a lanciarsi in proclami sull’importanza della tutela della nostra sicurezza, sull’immane perdita che l’umanità ha subito e blah blah blah. Troppo facile (e comodo) farlo dopo che molte vite umane si sono spente per sempre. La domanda sorge spontanea: dov’erano le istituzioni fino al giorno prima? Da quale parte guardavano le istituzioni mentre facevano finta di non vedere che il ponte Morandi si stava sbriciolando poco alla volta?

È proprio vero, dunque: “ci accorgiamo dell’importanza della nostra sicurezza solo quando la perdiamo”. Al di là delle belle parole e le illusioni, questa è la situazione in cui si trova il nostro paese. In realtà, il nostro territorio aveva già iniziato la deriva da alcuni decenni, nel momento esatto in cui è stato avvolto nel velo nero dell’indifferenza, quando lo Stato si è voltato dall’altra parte. La domanda scomoda non è “se accadrà di nuovo”, ma soltanto “quando accadrà”. Perché purtroppo i crolli succederanno ancora e altre vite umane potrebbero spegnersi per sempre. Quando accadrà, per qualche tempo faremo capolino dietro il velo dell’indifferenza per promuovere raccolte fondi e gare di solidarietà. Tutti insieme appassionatamente! Uniti come quando ci colpisce un’alluvione, o quando ci colpisce un terremoto, o quando acqua e fango ci portano via le nostre case e.… uniti come la finale dei mondiali. Dopodiché, passata l’emergenza, torneremo a sprofondare nelle sabbie mobili dell’indifferenza, un millimetro al giorno. E questo perché siamo intrappolati nel circolo vizioso dell’indifferenza e ci attiviamo per un breve periodo di emergenza e poi torniamo nell’indifferenza. Sia chiaro, la solidarietà è cosa buona e giusta. Peccato che arrivi sempre “dopo”.

Certo, se il ponte Morandi non fosse crollato, nessuno si sarebbe mosso così in fretta. Ma solo perché “a caldo” e nelle situazioni di emergenza, ci si risveglia dal torpore e si scatta per dare un contributo. Anche perché per alcuni politici, questi eventi rappresentano un’occasione per “alleggerirsi la coscienza”. Quanto è accaduto al ponte Morandi ha molto da insegnarci a prescindere. Dal mio modesto punto di vista, la colpa di questa indifferenza che grava minacciosa come una spada di Damocle sulle nostre teste è degli sciocchi. “Sciocchi” non in sensodispregiativo, ma in senso strettamente letterale, ovvero “persone sprovviste di scaltrezza, avvedutezza o prudenza”, persone che non muoveranno mai un dito ma saranno sempre pronte a lanciare proclami in nome della sicurezza e poi ci seppelliscono sotto tre metri di letale indifferenza. Indifferenza micidiale che si riscontra, purtroppo, nella mia generazione che evidentemente non ha saputo offrirci di meglio. E non mi nascondo da accusarla e dall’attribuire colpe: la mia generazione ha fallito! Come hanno fallito, con responsabilità maggiori coloro che dovevano governarlo questo paese. Ed è proprio da questo fallimento che deve cominciare la nostra “ricostruzione”. È indubbio affermare che questo lavoro è da concretizzarsi subito. Non possiamo più permetterci il “pessimismo”, perché facciamo parte di una collettività che ha bisogno del contributo di tutti. Ora è arrivato il momento di pensare ad un “noi”. Non possiamo più permetterci di essere un popolo stagnante e inerte. L’attesa e l’inerzia sono sintomi dell’indifferenza. La ricostruzione ha bisogno di voce, di protesta, di dissensi, e se “i rappresentanti del popolo” (o meglio dire impiegati dei partiti) non vogliono sentire e infangano le iniziative e gli ideali portati avanti da movimenti di protesta, allora bisogna alzare la voce. Siamo protagonisti, non inutili spettatori! Svegliamoci! Cominciamo a comprendere che rappresentiamo “il cambiamento” in virtù del quale non possiamo più permetterci di non pensare. Dopo aver letto queste righe potreste reputarmi un utopista; può darsi, anzi, forse è proprio così, ma non voglio smettere di credere nel “cambiamento” Comunque sia, questo nostro paese è anche fatto di persone nel vero senso della parola. Persone che aiutano, che lottano, che amano con forza d’animo gli altri e per gli altri. Forse non sono tante, forse sono piccole gocce, ma, come le piccole gocce possono unirsi e dar vita a una pioggia torrenziale. Unirsi per rendere questo mondo migliore. Non è difficile, basta aprire gli occhi e almeno tentare di agire. In fondo cosa si ha da perdere: il futuro è nostro!

Gianni Basso